CHI NON SEGUE LE MODE È UN DEMONE

10/06/2019

Le mode? Un segnale allarmante da analizzare. Il modo più semplice per cercare di “spiegarle” è guardarsi intorno. E riflettere. Quando noti una ricorrenza estetica, un comportamento diffuso, una qualche sensazione di omologazione, l’evocazione di un modello di riferimento ripetuto, l’affermazione ossessiva di un simbolo o di una “regola”, l’assenza di uno spirito critico o addirittura la negazione della sua utilità … ecco, quando percepisci cose così allora lì sei in presenza di una combinazione fra causa ed effetto che, per semplicità, definiamo “moda”. Che non è solo quella che ti vorrebbe vestito come si dice “che va in quel momento”. Ed è un termine al quale vengono date anche accezioni di segno opposto a seconda dei casi: negative quando si tratta per esempio di una “moda passeggera” forse manifestatasi “involontariamente” e quindi destinata a perdere di significato in breve tempo (secondo chi? non è mai dato sapere con precisione), positive invece quando quel genere di scelta cui si è invitati ad aderire è sostenuta e “lanciata” da interessi particolari (e in questo la pubblicità ha il suo obiettivo primario e ne è causa maestra e strumento raffinato). Su questo modo di aderire ad un segnale, ripetendolo in tanti e acriticamente, dovremmo interrogarci. Cosa c’è di così interessante e positivo nel scegliere tutti la stessa cosa, nel comportarsi tutti in un determinato modo? Viene da chiedersi se questa non sia la manifestazione evidente e il segnale della diffusa acquisita incapacità di avere ed esprimere un proprio pensiero. Seguire le mode e quindi quello che fanno, scelgono e dicono molti altri è certamente rilassante. Ti evita la fatica di pensare. E quindi ti evita il mal di testa. È in fin dei conti il cosiddetto “pensiero unico”, così facile da far attecchire, soprattutto quando le persone sono disabituate a pensare dal proprio comodo tran tran. Cosicché pure il pensiero è diventato un prodotto da “grande distribuzione”: bello pronto e impacchettato… lo scegli e lo porti a tavola come fosse un tuo elaborato. “Diventa anche tu un ben pensante!”, “Segui il decalogo per essere accettato”, “Ecco le regole infallibili per fare la scelta giusta”: frasi come queste si diffondono con preoccupante successo di pubblico. Preoccupante perché, quando il pensiero non si nutre di curiosità, di dubbi, di verifiche … perde il suo status naturale e salvifico, finisce di essere quel prezioso strumento innato e individuale che ci può consentire di essere liberi e originali pensando in autonomia e scegliendo di conseguenza le nostre personali azioni consapevolmente. Se smettiamo di esercitarlo per quello che è, arriveremo a credere che il pensiero sia da cercare su internet. Arriveremo a credere, se non ci siamo già arrivati, che il pensiero risieda nel “mondo digitale” dove ci stiamo tutti abituando a cercare contenuti da assimilare e ripetere (a chi? con quale scopo?) usando tutti un computer, convinti ormai che è lì che risiede il “giusto modello” cui aderire. E scegliamo lì. Se ci venisse a mancare lo strumento fisico (definito “device” per via della moda di usare termini inglesi) per entrare in quell’immensa memoria (statica pur se in divenire) che è internet, saremmo disorientati e costretti a riprendere il controllo autonomo del nostro pensiero, esercitandolo per elaborare azioni personali non omologate e non “a modo”. Saremmo “costretti” a tornare a parlarci vis a vis. E sarebbe un bene perché il pensiero governa l’azione. Ma se arrivi a pensare come tutti gli altri allora ti sembra normale anche fare come tutti gli altri, seguendo le mode, i modelli, arrivando a credere che quella sia la tua libertà di pensiero e di azione. I modelli (le mode) sono in sostanza uno strumento antico per indirizzare il pensiero e rendere più semplice la produzione di cose da comprare, di regole da stabilire … uguali per tutti. In sostanza le mode omologano, rendendo prevedibili, identificabili e gestibili gli omologati. Dovremmo tornare a cercare il nostro “demone”, come lo chiamavano i greci, e cioè la nostra vocazione. Ma di quel demone siamo stati portati a recepirne solo un significato negativo. Sarà un caso?

Pietro Greppi

ethical advisor e fondatore di Scarp de tenis