PAROLE A PERDERE … che ve lo dico a fare

22/02/2016

Le parole sono importanti. Per questo è necessario saperle usare, conoscerne il significato, saperle articolare in frasi comprensibili e oneste. Cosa che certo non avviene infarcendo la comunicazione con termini alieni ai più o addirittura tramite l’inserimento di anglicismi. Una cattiva abitudine che sta dilagando sia nella pubblicità classica, sia nella comunicazione politica.

Non è la prima volta che lo leggete, ma lo ripeto volentieri perché tenere conto di questa mia affermazione sono certo porterebbe le aziende e i professionisti che le assistono a crescere qualitativamente e ad accrescere la propria reputazione e credibilità presso le persone cui si rivolgono.

In Italia la gran parte delle persone (è stato calcolato essere il 70%) fatica a parlare correttamente l’italiano e a comprendere testi mediamente complessi. In un contesto come questo, il buon senso dovrebbe suggerire scelte orientate all’inclusività degli obiettivi di comunicazione e quindi ad un linguaggio capace di trasmettere contenuti chiari in modo semplice, ma soprattutto rispettando le emotività delle persone anziché strumentalizzarle. Per chiarire cosa intendo prendiamo solo due esempi, a mio vedere eclatanti: case popolari per la politica e discountper la grande distribuzione.

In entrambe i casi i termini e l’uso che se ne fa disegnano ed evocano insieme contesti di scarsa capacità di spesa e ne sottolineano in modo imbarazzante l’idea di marginalità e di bassa qualità. Una sottolineatura che inspiegabilmente e inesorabilmente contagia anche il modo di dar vita a ciò che i termini descrivono. Una sorta di circolo vizioso che alimenta se stesso. Per cui il discount diventa un ambiente poco curato, in cui i prodotti esposti sono prevalentemente sconosciuti o trattati come tali confezionandoli in modo acconcio, innescando comprensibili sentimenti di diffidenza sulla loro qualità. E la casa popolare viene costruita con criteri di evidente disprezzo per i sentimenti di chi ci andrà a vivere, creando a catena sensazioni di inadeguatezza e imbarazzo. È come se ci fosse l’obiettivo di infierire sull’autostima di coloro che non hanno la fortuna di poter scegliere di vivere secondo criteri di dignità condivisibili. Come spiegare altrimenti anche la perdurante abitudine di dividere i mezzi di trasporto, gli stessi mezzi di trasporto, in “classi”?

Parole apparentemente innocue che creano invece inesorabile e cieca esclusione, ghettizzazione e situazioni di divisione fra chi può e chi non può. Parole, semplici parole che possono però produrre ferite invisibili, ma profonde.

Sarebbe bene che ognuno di noi, indipendentemente dal proprio ruolo, riconoscesse l’importanza anche sociale della scelta delle parole. A maggior ragione chi attraverso le parole costruisce la propria professione (o professionalità?). Cominciamo ad eliminare “gratis, eccezionale, straordinario, imperdibile, esclusivo, avanzatissimo, solo per oggi, conveniente, etc. …” parole vuote, disoneste, usate e abusate praticamente da tutti per infarcire le campagne. Parole a perdere … ma che ve lo dico a fare.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore di GESTO – Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale