PIERRE

10/07/2017

No, non sto per parlare di un francese, ma di una professione, quella definita da un’espressione che -lo sapete- viene comunemente utilizzata per introdurre l’acronimo che sta per Pubbliche Relazioni: P.R.. Una sigla che indica una professione, ma che per estensione definisce anche chi, all’interno di un’azienda o incaricato da essa, sia “investito” del compito di curare e sviluppare per l’azienda stessa le “relazioni”, mettendola in relazione appunto e in comunicazione con istituzioni, altre aziende, persone, strutture.

I destinatari delle attività di P.R. possono quindi essere privati cittadini, istituzioni, aziende, organi di stampa, … e uno dei principali, ed oggettivamente “evidenti”, scopi delle azioni dei PR è certo quello di gestire e sostenere la reputazione del proprio “mandante” o di rendere “digeribili” scelte, azioni, prodotti, politiche che con la reputazione potrebbero confliggere, assestandole colpi destabilizzanti … Ed è qui che la questione comincia ad assumere un cattivo odore. Perché se “il mandante” (l’azienda) agisse solo in modo corretto nei confronti dei propri “clienti” e in generale del proprio pubblico, non avrebbe motivo di assumere i servigi di nessuno (interno o esterno che sia) perché il suo operato sarebbe accolto positivamente in modo naturale. Senza costi aggiuntivi. Invece, piuttosto che rivedere le proprie politiche dettate quasi sempre da fredde logiche commerciali, accade che per far passare scelte discutibili vengono comandate o richieste ai PR strategie diversive o ammorbidenti. E siccome i PR sono dei professionisti votati a servire il proprio “mandante” … lo fanno e spesso in modo efficace.

La mia posizione in merito all’etica nella comunicazione è nota e di recente a questo proposito ho avuto modo di avere un cordiale, ma acceso confronto anche con una figura ai vertici del settore delle PR, che mi ha involontariamente confermato quanto quel mestiere sia potenzialmente pericoloso quanto più, chi lo pratica, non se ne rende conto. Ricordiamo sempre infatti quanto qualsiasi azienda o professione assume le caratteristiche delle persone di chi la governa e le qualità delle persone sono le più diverse.

Perché esiste questa professione, visto che di fatto opera negli stessi ambiti e con gli stessi scopi di chi si occupa di pubblicità che ha già il suo bel potere persuasivo? La risposta è abbastanza semplice, ma non rassicurante. E ve la darò senza commento esplicito, riproponendovi uno stralcio da una pagina di wikipedia.

“Il primo teorico delle PR, applicate in particolare all’industria, fu il pubblicista statunitense Edward Bernays, nipote di Sigmund Freud. Dopo essere tornato negli Stati Uniti, Bernays aveva intuito che, se era possibile usare la propaganda ai fini di guerra, era sicuramente possibile usarla anche in un contesto di pace. Dal momento che il termine propaganda era malvisto per via del suo largo uso da parte dei tedeschi, Bernays decise di trovare un nome alternativo per definire la sua attività, nominandola inizialmente “Direzione pubblicitaria” e stabilendosi in un piccolo ufficio a Broadway.

Nella sostanza, la sua convinzione era che una manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini delle masse, svolge un ruolo importante in una società democratica. Nasceva così il concetto – caro appunto alla propaganda in chiave politica – secondo cui chi è in grado di padroneggiare questo dispositivo sociale può costituire un potere invisibile capace di dirigere una nazione: « Coloro che hanno in mano questo meccanismo […] costituiscono […] il vero potere esecutivo del paese. Noi siamo dominati, la nostra mente plasmata, i nostri gusti formati, le nostre idee suggerite, da gente di cui non abbiamo mai sentito parlare. […] Sono loro che manovrano i fili… »« Se vogliamo capire il meccanismo e le motivazioni della mente di gruppo, non è forse possibile controllare le masse secondo la nostra volontà, a loro insaputa? La recente pratica di propaganda ha dimostrato che è possibile, almeno fino a un certo punto ed entro certi limiti.»

Ho promesso di non fare commenti.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis

Fondatore del Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale