Quando i leader si sentono padroni della storia? Fra chi governa impariamo a distinguere i lupi dai pastori? A volte discutiamo dei leader che governano i grandi Paesi del mondo come se stessimo valutando amministratori più o meno capaci, dirigenti più o meno efficienti, governatori che prendono decisioni migliori o peggiori. Ma il punto è un altro. Il vero pericolo nasce quando smettiamo di considerare il potere come un mandato temporaneo e iniziamo ad accettare che possa essere esercitato come un diritto personale. La democrazia affida responsabilità, ma non consegna proprietà. Eppure assistiamo sempre più spesso a leader che sembrano interpretare il consenso ricevuto come una delega senza limiti: decidere, imporre, minacciare, umiliare, occupare, bombardare. Come se il voto ricevuto trasformasse la volontà personale in una legittimazione assoluta. La storia insegna che le guerre raramente vengono combattute da chi le subisce. Vengono decise da chi detiene il potere. Talvolta in nome della sicurezza, talvolta della patria, talvolta della libertà. E non di rado dietro queste parole si nascondono interessi economici, ambizioni strategiche o semplicemente il bisogno di alimentare il proprio ego e la propria immagine di grandezza. Per questo non dovremmo limitarci a chiederci se un leader sia bravo o meno, forte o debole. Dovremmo chiederci qualcosa di più importante: questo individuo riconosce ancora dei limiti al proprio potere? Considera il mandato ricevuto come un servizio o come un’investitura? Si sente rappresentante dei cittadini o proprietario del loro destino? Quando una società smette di porre queste domande, il rischio non è soltanto avere governanti sbagliati, ma dimenticare che il potere, anche quando nasce dal consenso, ha bisogno di essere continuamente controllato, discusso e contenuto.
Il problema non inizia quando qualcuno conquista troppo potere, ma quando gli altri smettono di considerarlo un problema. La vera misura della democrazia non è la libertà di eleggere chi governa, ma la capacità di ricordargli che il potere ricevuto non appartiene mai a lui/lei. Impariamo a distinguere i lupi dai pastori.