Quando la comunicazione dimentica il destinatario
Due domande che riguardano la politica, il giornalismo, la pubblicità, il marketing, le organizzazioni, i social network e perfino una parte della produzione culturale e accademica.
- Come accade che professionisti competenti investano enormi energie in prodotti, messaggi e strategie che non raggiungono lo scopo per cui sono stati pensati?
- Come siamo arrivati a considerare normale che una comunicazione possa essere premiata, celebrata e perfino imitata pur non comunicando davvero?
Più che domande, sono le riflessioni che alimentano il mio personale “attivismo” di osservatore di una società che spesso confonde la complessità con la profondità, l’originalità con il valore, la visibilità con l’utilità.
Mi interessa soprattutto comprendere che cosa accade quando il destinatario esce progressivamente dal campo visivo di chi comunica. Quando l’attenzione si sposta dal comprendere all’impressionare, dal creare significato al raccogliere consenso, dall’utilità percepita alla semplice visibilità.
Da queste riflessioni nasceranno alcuni articoli che collocherò idealmente all’interno di un mio personale
Laboratorio dell’immaginario civile
Non sarà una critica al mercato, alla pubblicità o alla tecnologia. Sarà piuttosto un’esplorazione dei luoghi in cui cittadinanza, consumo, comunicazione, innovazione ed etica si sovrappongono fino a ridefinirsi reciprocamente. Luoghi nei quali, spesso senza che ce ne accorgiamo, il destinatario smette di essere il riferimento principale e la comunicazione rischia di perdere la sua funzione più essenziale: creare comprensione.
Quando il destinatario esce dal campo visivo, la comunicazione continua a parlare, ma smette progressivamente di comunicare.
È in questo spazio che prende forma il mio personale Laboratorio dell’immaginario civile.