“Stiamo gestendo la povertà o la stiamo riducendo?”
Quando nel 1994 fondai Scarp de’ Tenis, non immaginavo un giornale destinato a creare una nuova professione come il venditore di strada. Immaginavo qualcosa di diverso: un ponte.
Il giornale doveva offrire una possibilità immediata di reddito, ma soprattutto una possibilità di relazione. Doveva rendere visibili persone che fino a quel momento erano quasi esclusivamente oggetto di sguardi distratti, di compassione occasionale o di fastidio.
L’idea era sostituire la questua con uno scambio. Non una moneta lasciata cadere in una mano, ma un incontro. Non l’elemosina, ma una conversazione. Non la pura assistenza, ma un riconoscimento reciproco.
Continuo a credere che quell’intuizione fosse giusta. Ma dopo oltre trent’anni credo sia giusto porre una domanda ulteriore: il nostro obiettivo è aiutare le persone a restare sulla strada in condizioni migliori o ad abbandonare la strada? La differenza non è banale. È una differenza che cambia completamente la prospettiva.
I giornali di strada hanno mostrato che è possibile restituire dignità, visibilità e una prima autonomia economica. Hanno prodotto informazione sociale e contribuito a cambiare lo sguardo di molti cittadini. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma la dignità non coincide con la permanenza.
Se un venditore continua per anni a dipendere esclusivamente dalla vendita di un giornale in strada, dovremmo avere il coraggio di interrogarci. Forse stiamo celebrando un successo parziale. Forse stiamo confondendo un mezzo con un fine.
Oggi sappiamo che la condizione di senza dimora non è soltanto una mancanza di reddito. È una combinazione di fragilità abitative, relazionali, burocratiche, sanitarie e lavorative. La stessa fio.PSD insiste da anni sul fatto che il problema non riguarda soltanto l’assenza di un tetto, ma l’assenza di relazioni, progetti e possibilità di partecipazione piena alla vita sociale. https://www.fiopsd.org/persone-senza-dimora/
Per questo la seconda fase dovrebbe diventare il cuore del nostro lavoro. Non soltanto accogliere. Non soltanto assistere. Non soltanto offrire un’opportunità temporanea. Ma costruire percorsi di uscita.
Penso a tre direzioni concrete.
La prima riguarda il lavoro.
Ogni giornale di strada potrebbe diventare anche una piattaforma territoriale di incontro tra imprese, cooperative, artigiani e persone in situazione di marginalità. Non solo un luogo di vendita ma un luogo di transizione. Ogni venditore dovrebbe poter essere accompagnato verso corsi professionalizzanti, tirocini, apprendistati e occasioni lavorative reali.
La seconda riguarda l’abitare.
Le esperienze di Housing First hanno mostrato che partire dalla casa produce risultati migliori rispetto a modelli esclusivamente emergenziali. Negli ultimi dieci anni in Italia sono stati sviluppati decine di programmi ispirati a questo approccio, fondati sull’idea che una casa stabile sia il punto di partenza e non il premio finale di un percorso.
https://housingfirsteurope.eu/country/italy/
https://www.fiopsd.org/wp-content/uploads/2025/02/Housing-First-in-Italia_Sintesi-1.pdf
La terza riguarda la responsabilità delle comunità locali.
Per troppo tempo abbiamo delegato il problema esclusivamente al volontariato e al Terzo Settore. Ma il reinserimento lavorativo richiede il coinvolgimento delle imprese, delle amministrazioni pubbliche, delle agenzie formative e delle organizzazioni professionali. Nessun giornale di strada può riuscirci da solo.
Naturalmente non tutte le persone senza dimora potranno rientrare rapidamente nel mercato del lavoro. Alcune convivono con problemi sanitari o personali molto complessi. Sarebbe ingiusto immaginare soluzioni uguali per tutti. Ma proprio per questo dovremmo distinguere tra chi ha bisogno principalmente di protezione e chi potrebbe beneficiare di percorsi intensivi di reinserimento.
La povertà non è uguale per tutti. E nemmeno le risposte dovrebbero esserlo. Non scrivo queste righe per criticare i giornali di strada. Li considero ancora una delle intuizioni sociali più intelligenti degli ultimi decenni. Le scrivo perché credo che la loro missione non sia conclusa.
Anzi. Forse la parte più difficile deve ancora cominciare. La prima rivoluzione è stata sostituire la questua con la vendita. La seconda dovrebbe essere sostituire la permanenza nell’emergenza con percorsi concreti di autonomia.
Perché il vero successo di un giornale di strada non dovrebbe essere il numero di copie vendute. Dovrebbe essere il numero di persone che, dopo averlo venduto, non hanno più bisogno di farlo.