Sono Pietro Greppi e mi occupo di comunicazione da molti anni, ma non nel modo in cui la comunicazione è stata intesa finora. Non produco slogan, non costruisco campagne, non cerco scorciatoie creative. Il mio lavoro è un altro: analizzo gli effetti collaterali della comunicazione.
Osservo ciò che i messaggi producono, non solo ciò che mostrano. Mi interessa capire come parole, immagini e modelli culturali influenzano comportamenti, percezioni, abitudini, linguaggi. E soprattutto mi interessa capire quando e perché la comunicazione smette di essere utile e diventa dannosa.
Ho scelto di lavorare in modo indipendente perché l’indipendenza è l’unico modo per poter dire la verità senza filtri, senza compiacenze e senza conflitti di interesse. Il mio riferimento non è il cliente: è il pubblico. È il pubblico che paga, che giudica, che assorbe, che subisce o beneficia dei messaggi.
Il mio lavoro consiste nel:
- individuare incoerenze, manipolazioni e scorrettezze comunicative
- aiutare aziende e istituzioni a comunicare con responsabilità
- analizzare linguaggi e modelli culturali
- prevenire effetti collaterali indesiderati
- proporre alternative più oneste, più chiare, più utili
Mi occupo anche di divulgazione scientifica, in particolare del settore avicolo, che conosco in profondità e che rappresenta un caso emblematico di quanto la cattiva comunicazione possa generare distorsioni, paure e falsi miti.
Il mio obiettivo è semplice: restituire dignità alla comunicazione. Rimettere al centro il pubblico. E aiutare chi comunica a farlo con consapevolezza, rigore e rispetto.
Perché ho scelto di fare l’Ethic Advisor nella comunicazione
Da anni osservo la comunicazione commerciale e vedo un fenomeno che si ripete: si parla molto, si mostra molto, si promette molto… ma si pensa poco alle conseguenze.
La pubblicità è diventata un esercizio estetico, un gioco di artifici, un accumulo di iperboli. Eppure ogni messaggio, anche il più banale, produce effetti: culturali, sociali, psicologici.
È da questa consapevolezza che nasce il mio lavoro.
Ho scelto di occuparmi di etica della comunicazione non come concetto astratto, ma come competenza operativa. Analizzo i messaggi, li smonto, li osservo da un punto di vista laterale. Mi interessa capire cosa accade dopo che un messaggio è stato diffuso: come viene interpretato, frainteso, assorbito, replicato.
Il mio ruolo non è giudicare, ma far emergere ciò che spesso non si vede: le distorsioni, le manipolazioni involontarie, le incoerenze, i rischi.
Credo che oggi serva una figura che non lavori per vendere, ma per proteggere. Proteggere il pubblico, proteggere la reputazione delle aziende, proteggere il senso stesso della comunicazione.
Per questo mi definisco un Ethic Advisor. Non perché sia un titolo, ma perché è una funzione: aiutare chi comunica a farlo meglio, con più consapevolezza e meno leggerezza.