La storia di Scarp de tenis e dei suoi 14+300 numeri (fino a Maggio 2026).
Nel 1994 l’Italia era un Paese profondamente diverso da quello di oggi. Era l’anno della fine della Prima Repubblica, del crollo dei partiti tradizionali, di una transizione complessa. In quel contesto, la povertà urbana cresceva, ma non esisteva ancora un linguaggio pubblico capace di parlarne senza pietismo. La marginalità era raccontata solo attraverso l’emergenza del freddo o la cronaca nera.
Le persone messe ai margini della società erano figure invisibili, prive di voce e percepite in modi radicalmente diversi: da reietto emarginato a simbolo di libertà, fino a diventare vittime di “invisibilità” sociale e burocratica.
Internet era agli albori e la carta era ancora il principale supporto cui affidarsi per diffondere cultura, conoscenza, opinioni, documenti…
Ho sempre creduto fortemente nella necessità di mettere a disposizione, di chi è stato respinto ai margini, la tipica visione laterale di un creativo, altrimenti dedito a fornire servizi di comunicazione alle aziende.
Tutto nacque così, traendo ispirazione da un’iniziativa di cui avevo incontrato i promotori a Bologna: stampavano un foglio il cui titolo era stato suggerito da Lucio Dalla, Piazza Grande. Da quello spunto illuminante, essendo a Milano, pensai a Scarp de’ tenis, ispirandoci alla celebre canzone di Enzo Jannacci. Telefonai personalmente a Enzo per chiedergli se la cosa gli facesse piacere; non ricordo le parole esatte, ma era felice e non ebbe alcuna obiezione.
L’origine del giornale è stata molto “tribolata”, seppure carica di un entusiasmo pionieristico. Avevo chiara l’idea che far scrivere e vendere un giornale ai senza dimora avrebbe permesso un salto di paradigma semplice, ma allora mai pensato in Italia: trasformare un gesto, troppo spesso rubricato come questua, in un atto economico e relazionale normale: la vendita di un prodotto editoriale con storie introvabili altrove. La dignità che passa dal lavoro e dal racconto di sé.
Misi a disposizione mie risorse personali e partimmo con un foglio A3 stampato fronte/retro in bianco e nero, distribuito in 30.000 copie a Milano tramite i primi senza dimora che incontrai, aiutato ovviamente da altri. Riuscimmo a stampare 14 numeri (nella foto allegata l’ultimo numero dopo il quale passò la gestione a Caritas), uno al mese, passando via via da 1 foglio A3, a 2 fogli A3 … fino ad arrivare al formato A4 a due colori e 14 pagine. Da subito Caritas si fece avanti perché approvava lo scopo, ma quel primo approccio non ebbe un seguito immediato: sentivo che la storia del giornale doveva continuare secondo le mie visioni.
Fu una strada complessa, fatta di mille vicende avvincenti, alcune dolorose. Tra queste, la collaborazione nefasta e il comportamento molto scorretto di chi avevo scelto per affiancarmi in quell’impresa. Eppure, le porte si aprivano: ricevetti la telefonata del direttore del Carcere di Opera che ci invitò a stampare il giornale nel reparto lavorazioni, offrendo lavoro anche ai detenuti. Costituimmo una cooperativa sociale grazie a un notaio milanese e a un dirigente della ABB che si prestarono gratuitamente. Ma le difficoltà di gestione, soprattutto logistiche, divennero pressanti.
Fu un dolore profondo, che decisi di affrontare per evitare la chiusura del progetto a causa delle mille difficoltà procurate da terzi che avevo coinvolto forse imprudentemente. Fu allora che richiamai Caritas, nella persona di Don Virginio Colmegna, chiedendogli se fosse ancora dell’avviso. Fu un “sì” convinto.
Nel 1996 il progetto passò così a Caritas. Da quel momento il giornale ricominciò a uscire, ripartendo dal numero 1. Fu una scelta forzata dalle circostanze, ma assolutamente convinta: Caritas si è rivelata l’Ente più adatto per sopportare, supportare e sviluppare quello che gli amici oggi chiamano confidenzialmente solo “Scarp”. Negli anni il giornale è cresciuto, si è strutturato ed è diventato un punto di riferimento nazionale. Ha ricevuto premi e oggi è collegato anche alla federazione internazionale dei giornali di strada (l’INSP https://www.insp.ngo/ ) network globale che unisce oltre 110 testate di giornalismo sociale in 35 paesi del mondo, con l’obiettivo comune di offrire opportunità lavorative e di riscatto a persone senza dimora o a rischio di grave emarginazione mettendo in contatto tutti i giornali aderenti, promuovendo campagne di sensibilizzazione internazionali e gestendo un servizio di condivisione di articoli tradotti in più lingue per supportare le redazioni.
Questo merito va riconosciuto senza esitazioni all’istituzione e ai professionisti che oggi ne gestiscono la redazione con competenza. Chi ci lavora oggi trae anche un beneficio professionale e umano che una struttura solida legittimamente offre, e di questo non si può che essere fieri.
C’è tuttavia un aspetto che talvolta rischia di sbiadire nella narrazione del presente: la storia delle origini.
Le istituzioni hanno la naturale tendenza a raccontare il presente, a volte dimenticando che i progetti sociali non nascono da soli. Hanno una radice, un contesto, un autore. Ricordare sempre che tutto è iniziato da un’intuizione e da un azzardo del 1994 non è un atto di vanità o di nostalgia. È un atto di trasparenza storica.
Non lo ricordo per me. Lo ricordo per i veri protagonisti di questa storia: i venditori, le persone che ogni giorno portano Scarp nelle strade. Sono loro che ne incarnano il senso più profondo. E meritano una storia completa, non una storia che inizia a metà o riscritta a posteriori.
Le idee nascono in silenzio. A volte cambiano casa, cambiano mani, crescono oltre le forze di chi le ha generate. Ma la verità delle loro origini resta un patrimonio che appartiene a tutti. Perché le idee restano, le persone passano, e ciò che conta davvero è che continuino a generare valore.
Con rispetto,
Pietro Greppi