Perché il paradigma attuale crea ricchezza per pochi e povertà per molti
C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci senza imbarazzo:
a cosa serve un’impresa?
La risposta più diffusa — “a produrre utili” — è talmente radicata da sembrare naturale.
Eppure è proprio questa risposta, così semplice e così povera, ad averci condotti in un vicolo cieco: un’economia che premia l’innovazione solo quando genera profitti immediati, ma che non si assume alcuna responsabilità per le conseguenze sociali delle innovazioni stesse.
Il risultato è evidente: produttività crescente, occupazione decrescente, ricchezza concentrata.
Un paradosso storico: mai come oggi abbiamo avuto tanta capacità di produrre valore, e mai come oggi così tante persone si sono sentite inutili.
Forse, allora, la domanda andrebbe riformulata. Forse il vero obiettivo delle imprese — o almeno di quelle illuminate, se mai decideranno di esistere davvero — non dovrebbe essere la produzione di utili, ma la produzione di utilità.
L’impresa come generatrice di utilità, non di scarti umani
Se un’impresa genera utilità, gli utili diventano una conseguenza naturale, non un fine. E soprattutto diventano un mezzo: uno strumento per sostenere il maggior numero possibile di persone che contribuiscono, direttamente o indirettamente, a quella utilità.
Oggi accade l’opposto. Gli utili vengono distribuiti secondo logiche che amplificano le distanze sociali: chi è già dentro il cerchio magico riceve sempre di più, chi è ai margini viene progressivamente espulso.
L’innovazione — che dovrebbe essere un moltiplicatore di benessere — diventa così un acceleratore di disuguaglianze. Non perché innovare sia sbagliato, ma perché abbiamo costruito un sistema che usa le persone per produrre utili, senza chiedersi se ciò che si produce sia davvero utile alla società.
E quando l’utilità scompare, restano solo due cose: sprechi e abusi.
Il paradosso del progresso che crea povertà
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia permette di fare in un’ora ciò che un tempo richiedeva un giorno. Eppure, invece di liberarci, questo progresso ci impoverisce. Perché?
Perché – solo per esempio – abbiamo accettato un paradigma che considera normale che:
- l’aumento della produttività non si traduca in aumento del benessere collettivo
- la riduzione del lavoro umano non porti a una riduzione del tempo di lavoro, ma a una riduzione del numero di lavoratori
- i benefici dell’innovazione vadano a chi la finanzia, non a chi la “subisce”
- la ricchezza generata da molti finisca nelle mani di pochissimi
È un modello che funziona solo se si accetta l’idea — mai dichiarata, ma sempre praticata — che alcune persone siano sacrificabili.
Quindi vi offro ora alcuni esempi concreti di quando l’innovazione crea valore e quando invece crea scarti.
Automazione industriale: produttività alle stelle, salari fermi
Negli ultimi vent’anni, l’automazione ha permesso alle imprese manifatturiere di aumentare la produttività anche del 30–40%. Nello stesso periodo, i salari reali sono rimasti stagnanti.
Interpretazione conseguente: il valore generato dalle macchine non è stato redistribuito.
Esempio italiano: nel settore automotive, l’aumento dell’automazione ha ridotto drasticamente la manodopera diretta, senza un parallelo aumento dei salari o una riduzione dell’orario.
Piattaforme digitali: efficienza per i clienti, precarietà per i lavoratori
Le piattaforme di consegna e trasporto hanno rivoluzionato la comodità per i consumatori. Ma hanno anche creato un esercito di lavoratori “a chiamata”, senza tutele.
Esempio internazionale: in molte città europee, i rider guadagnano meno del salario minimo effettivo.
Esempio italiano: le sentenze oscillano tra riconoscimento e negazione della subordinazione, segno di un sistema che non sa ancora come gestire l’innovazione.
Cooperative di comunità: l’impresa che non produce scarti
In alcune regioni europee, le cooperative di comunità dimostrano che un’impresa può essere sostenibile senza sacrificare nessuno.
Esempio italiano: in Emilia-Romagna (da sempre un esempio di attenzione al sociale), il modello cooperativo rappresenta una quota significativa dell’economia regionale, con livelli di stabilità occupazionale superiori alla media nazionale.
Profit sharing: quando la ricchezza circola, la produttività cresce
Alcune imprese distribuiscono una parte degli utili a tutti i dipendenti.
Esempio internazionale: in Francia, il participation obligatoire ha ridotto il turnover e aumentato la produttività.
Esempio italiano: alcune aziende del Nord-Est hanno introdotto premi di risultato legati non solo ai profitti, ma anche alla qualità del lavoro.
La settimana corta: redistribuire il tempo, non la povertà
La settimana lavorativa di 4 giorni è già realtà in diversi Paesi.
Esempio internazionale: in Islanda, la sperimentazione ha portato a un aumento della produttività e a un miglioramento del benessere.
Esempio italiano: alcune aziende del settore servizi stanno sperimentando modelli 4×9 o 4×8 con risultati incoraggianti.
Alcune mie proposte operative per un’economia che produce utilità
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Legare una quota degli utili all’impatto sociale
Una percentuale fissa degli utili destinata a:
- stabilizzazione dei lavoratori
- formazione
- welfare condiviso
- sostegno ai territori
Esempio: alcune B-Corp internazionali già lo fanno, con risultati misurabili.
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Partecipazione agli utili per tutti i lavoratori
Non bonus discrezionali, ma meccanismi strutturali.
Esempio: in Francia, il modello è obbligatorio per le imprese sopra i 50 dipendenti.
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Riduzione dell’orario di lavoro senza riduzione del salario
La tecnologia lo permette. Serve solo la volontà.
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Fondi di transizione per i lavoratori colpiti dall’automazione
Un fondo misto (imprese + Stato + investitori) per:
- reddito temporaneo
- riqualificazione
- mobilità professionale
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Incentivi alle imprese che generano utilità misurabile
Premiare chi produce valore condiviso, non solo valore estratto.
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Promozioni che generano partecipazione,
non solo vendite (AD JUST Equity Loyalty™ – Metodo proprietario di Pietro Greppi)
Le tradizionali promozioni commerciali (sconti, bundle, offerte a tempo) hanno un impatto sempre più debole e spesso incoraggiano consumi non necessari.
Propongo un modello alternativo (AD JUST Equity Loyalty™): riconoscere al consumatore una micro‑quota di partecipazione — azionaria o equivalente — per ogni acquisto di prodotti realmente utili.
L’obiettivo è duplice:
- fidelizzare attraverso la corresponsabilità, non attraverso lo sconto
- premiare chi sceglie prodotti che generano valore sociale, non solo valore di mercato
La partecipazione può assumere forme diverse:
• micro‑quote non negoziabili collegate agli utili
• diritti di partecipazione a fondi di utilità sociale
• token equity con valore crescente legato all’impatto dell’impresa
• quote simboliche che danno accesso a decisioni o consultazioni periodiche
Questo meccanismo (AD JUST Equity Loyalty™) trasforma il consumatore in alleato dell’impresa che produce utilità, creando un legame più forte, più etico e più duraturo rispetto alle promozioni tradizionali innescando anche una diversa consapevolezza sulla differenza fra consumare e partecipare a progetti in modo più diretto.
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Come mia abitudine quando affronto una questione su cui ritengo di poter portare contributi utili al miglioramento, sottopongo anche alcuni miti accompagnandoli con la realtà che vi si oppone:
MITO vs REALTÀ
MITO: “Il mercato si autoregola”
Realtà: si autoregola solo a favore di chi ha già potere.
MITO: “L’innovazione crea sempre occupazione”
Realtà: crea occupazione solo se accompagnata da politiche redistributive.
MITO: “Gli utili sono il segno che l’impresa funziona”
Realtà: gli utili sono il segno che l’impresa funziona per qualcuno, non per tutti.
MITO: “Redistribuire è assistenzialismo”
Realtà: redistribuire è manutenzione del sistema.
Mi aspetto ovviamente anche alcune obiezioni.
Alcune posso prevederle e -per praticità- le elenco, dandone in anticipo le risposte che darei.
Obiezione: “Così si scoraggia l’imprenditorialità”
La mia risposta: no. Si scoraggia solo l’estrazione di valore senza responsabilità.
Le imprese che innovano davvero non temono la redistribuzione: la considerano un investimento.
Obiezione: “Il mercato punirà chi riduce l’orario di lavoro”
La mia risposta: i dati internazionali mostrano il contrario: produttività invariata o aumentata.
Il mercato punisce l’inefficienza, non il benessere.
Obiezione: “La redistribuzione è un costo”
La mia risposta: la non-redistribuzione è un costo molto maggiore: instabilità sociale, conflitti, perdita di fiducia, calo dei consumi.
Obiezione: “Non si può chiedere alle imprese di fare welfare”
La mia risposta: non si chiede alle imprese di sostituirsi allo Stato, ma di non generare scarti umani.
È una questione di responsabilità, non di assistenza.
Faccio io ora una domanda che ritengo non si possa più evitare
La vera scelta è tra un’economia che produce utili e un’economia che produce utilità. La prima crea ricchezza per pochi e povertà per molti. La seconda crea benessere diffuso, stabilità e futuro. E allora la domanda torna, più urgente di prima:
vogliamo continuare a usare le persone per produrre utili,
o vogliamo usare gli utili per produrre utilità?
La mia risposta ritengo sia prevedibile. Aggiungo solo che non è un caso se, nel 1994, ebbi “l’ardire” di fondare Scarp de tenis (ceduto poi a Caritas nel 1996), tema su cui tornerò con un articolo dedicato alla coerenza (o meno) della gestione dei giornali di strada, identificandone alcuni punti rilevanti.
Pietro Greppi – Ethical advisor – fondatore di Scarp de tenis