C’è un fenomeno curioso – e un po’ imbarazzante – che negli ultimi anni sembra essersi normalizzato: la rotazione rapidissima degli amministratori delegati, come se fossero pedine intercambiabili di un grande gioco di società. Oggi una crema spalmabile, domani lampadine, dopodomani polli. Con la stessa disinvoltura con cui si cambia giacca a metà giornata.
Non è una critica alle persone, né alle loro competenze. È una riflessione sul sistema che abbiamo costruito: un mercato del management che tratta l’esperienza come un file .zip da scaricare e applicare ovunque, indipendentemente dal prodotto, dalla storia aziendale, dal territorio, dalle persone che ci lavorano.
Il risultato è che la competenza di chi un’azienda l’ha fondata, fatta crescere, difesa nei momenti difficili, rischia di essere considerata un dettaglio romantico. Come se la passione per il prodotto, la conoscenza dei processi, la cura per la qualità, la responsabilità verso i lavoratori fossero optional superati, sostituibili con un AD “di mercato”, costoso e temporaneo, chiamato a fare un taglia-e-cuci che spesso porta utili immediati… ma raramente valore duraturo.
Perché il punto è proprio questo: il successo “a scadenza” non è vero successo. È un miglioramento cosmetico che può far brillare un bilancio per qualche trimestre, ma che troppo spesso lascia dietro di sé un’azienda più fragile, un prodotto più povero, confezioni più leggere e – non di rado – meno posti di lavoro.
La domanda che dovremmo porci non è se un manager esterno sia bravo o meno. La domanda è: può davvero esistere una leadership efficace senza un legame autentico con ciò che si produce e con chi lo produce?
Possiamo davvero credere che la cultura di un’azienda, costruita in decenni, sia trasferibile in un onboarding di due settimane?
Forse è il momento di rimettere al centro un principio semplice: la competenza non è un accessorio. È un patrimonio. E non si compra a ore.
Non si tratta di tornare al passato, né di chiudere le porte al talento esterno. Si tratta di riconoscere che un’azienda non è un contenitore neutro dove applicare tecniche standardizzate, ma un organismo vivo, con una storia, un’identità e una responsabilità sociale.
E che il vero valore – quello che dura – nasce quando la strategia incontra la conoscenza profonda del prodotto, del mercato e delle persone.
Forse non farà brillare il bilancio nel prossimo trimestre.
Ma farà brillare l’azienda nei prossimi dieci anni.
In un secondo articolo farò seguire alcune riflessioni sul fenomeno — sempre più diffuso — della rotazione rapida dei vertici aziendali, un passo ulteriore non per irrigidire la critica, ma per capire meglio le dinamiche che stanno alla base di certe scelte manageriali e perché, in molti casi, producano risultati brillanti nel breve, ma fragili nel lungo periodo.
A.D. (Amministratore Delegato) a scadenza – (Approfondimento)