Ogni organizzazione nasce per una ragione. Un ospedale nasce perché esiste la malattia. Un’associazione ambientalista nasce perché esiste un problema ambientale. Un’organizzazione impegnata contro la povertà nasce perché esistono persone povere. Eppure, osservando il dibattito pubblico e il mondo del terzo settore, ho l’impressione che talvolta si perda di vista una domanda essenziale:
qual è il vero indicatore di successo di un’organizzazione sociale?
La crescita delle attività? L’aumento del personale? La capacità di raccogliere fondi? La visibilità pubblica? Il numero di progetti realizzati? Sono tutti elementi importanti. Ma rappresentano davvero la misura più autentica del successo?
Credo che il punto stia proprio qui. Nel nostro tempo tendiamo spesso a identificare il successo di qualunque organizzazione con la sua crescita: più attività, più risorse, più persone coinvolte, più visibilità. Ma nel campo sociale questa equivalenza merita di essere interrogata. La crescita della struttura e il progresso sociale non coincidono necessariamente.
Una crescita organizzativa può essere un segnale positivo. Tuttavia non coincide automaticamente con il miglioramento della realtà che si intende “trasformare”. Un’organizzazione può espandersi, raccogliere più risorse, assumere più persone e realizzare più progetti senza che il problema che l’ha fatta nascere diminuisca realmente.
Per questo credo che il criterio decisivo dovrebbe essere un altro: la capacità di contribuire alla progressiva riduzione della condizione che ne rende necessaria l’esistenza. Può sembrare un paradosso, ma ogni organizzazione nata per affrontare un problema sociale dovrebbe conservare, almeno come orizzonte ideale, l’auspicio di diventare un giorno meno necessaria.
Se una struttura esiste per contrastare la povertà, il suo successo ultimo non può essere la propria crescita indefinita. Deve restare la riduzione della povertà stessa.
Lo stesso vale per i giornali di strada. Nel corso degli anni molti di essi hanno dimostrato una straordinaria capacità di offrire opportunità, relazioni, competenze e occasioni professionali a persone che avevano conosciuto l’esclusione sociale. È un risultato importante e spesso trasformativo.
Tuttavia il loro valore più profondo non risiede nella capacità di costruire un sistema che si autosostiene attorno alla povertà. Risiede invece nel contribuire alla costruzione di una società nella quale sempre meno persone abbiano bisogno di quelle opportunità perché non sono più costrette a vivere quelle condizioni.
Anche quando una persona trova impiego all’interno di una testata di strada come giornalista, redattore, grafico o formatore, il traguardo più alto dovrebbe restare la possibilità di scegliere il proprio futuro senza che la povertà continui a rappresentare il perimetro entro cui si definisce la sua vita professionale.
Per questo credo che il tema non sia semplicemente “dare voce” a chi vive ai margini. Certo, dare voce è importante, ma la voce non dovrebbe diventare il fine, bensì restare uno strumento.
Il fine dovrebbe essere la costruzione di una società nella quale un numero sempre minore di persone sia condannato all’esclusione, alla precarietà o alla vita in strada… e questo è il compito più difficile per ogni organizzazione sociale e per ogni persona che vi dedica il proprio lavoro, il proprio tempo o le proprie convinzioni: continuare a crescere senza confondere la crescita con lo scopo.
Nel sociale, infatti, il successo rischia talvolta di essere valutato soprattutto attraverso indicatori interni: dimensioni, risorse, attività, visibilità… che sono elementi importanti, ma non sempre raccontano ciò che conta davvero.
Nel sociale la domanda decisiva dovrebbe essere quindi un’altra: quanto è diminuito il problema per cui siamo nati?
Proprio perché una realtà sociale dovrebbe misurare il proprio “successo” soprattutto dagli effetti che produce fuori di sé, non dalle dimensioni che raggiunge al proprio interno… e il suo orizzonte più ambizioso dovrebbe restare proprio questo: lavorare affinché, un giorno, ci sia sempre meno bisogno di essa.
Pietro Greppi – consulente per l’etica in comunicazione – fondatore di Scarp de tenis