IL LATO MIGLIORE DELLE AZIENDE? È NASCOSTO

09/10/2018

Cose da mostrare e di cui essere orgogliose, le aziende produttrici di qualunque cosa, ne avrebbero. Eppure, per farsi pubblicità, preferiscono ancora ricorrere ad artifici creativi come se “gliel’avesse ordinato il dottore”, entrando così in una competizione, ormai sterile e poco credibile, con i loro concorrenti, basata oggettivamente su chi finanzia lo spot “più bello” o (come si usa oggi) più virale, con più like o con più follower, dimenticandosi – o forse non pensandoci – di far conoscere i lati “nascosti” e interessanti dell’azienda o del prodotto. Particolari dai quali i consumatori potrebbero essere ugualmente “attratti”, motivati e stimolati. E non si tratta certo delle dimensioni dello stabilimento o del giro d’affari, che sono presupposti o collaterali ovvii del commercio, bensì delle soluzioni adottate per progettare, confezionare, distribuire ciò che poi troviamo affogato in mezzo ai tanti altri prodotti in ogni centro commerciale. Ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta se, invece che far interpretare uno “spot creativo” da attori più o meno bravi e più o meno prezzolati per fingere, le aziende decidessero di far vedere nel dettaglio come nascono i loro prodotti. Sarebbe un’operazione verità, coraggiosa, stimolante e interessante … Dipenderebbe ovviamente da come verrebbe illustrata, ma qui per ora il punto è cosa e non come. A volerle osservare infatti, le attività di tutti coloro che sono coinvolti in una qualsiasi produzione industriale, danno sempre, necessariamente, origine ad una serie di idee, macchinari, applicazioni che “prima non esistevano” e che sono state progettate per consentire all’azienda di sviluppare la propria produzione. Soluzioni nate dalla capacità di “usare il sapere e la creatività per creare cose utili” e che spesso contribuiscono a sviluppare anche altre attività. Soluzioni pratiche con risvolti collaterali interessanti, ma poco o per nulla considerati, che andrebbero fatti notare e coltivati perché altrimenti non li si osserverebbe per quel che sono. Perché ogni fabbrica è diversa da un’altra e ogni soluzione tecnica in essa adottata spesso ci sfugge che nasce dal genio creativo e dalla collaborazione di molte persone che, usando il buonsenso e le proprie competenze tecniche, scientifiche e creative, creano straordinarie macchine che compiono sequenze di azioni meccaniche. Le chiamano catene e possono far pensare all’alienazione, ma se le si pensa e le si illustra come il frutto del pensiero creativo che ha preso forma, assumono anche un certo fascino. L’aspetto meccanico dell’industria mostra infatti come l’applicazione delle conoscenze apprese “a scuola” si possono trasformare in qualcosa di tangibile, formativo e motivante per un pubblico altrimenti abituato a farsi influenzare dai personaggi vuoti, finti e improbabili che popolano gli spot.

La produzione in serie di un prodotto, se da un lato annulla il fascino dell’artigianalità, dall’altro ha il pregio di “sfornare” oggetti precisi, a basso costo e avvicinabili da un maggior numero di persone. Cosa che vale anche per l’industria alimentare, nella quale si manifesta anche un altro degli aspetti poco considerati come argomenti della comunicazione: l’igiene. Infatti, la quasi totale asetticità dei moderni stabilimenti dove si preparano e si confezionano prodotti alimentari, porta con sé la sicurezza, la pulizia e la prevenzione da contaminazioni che difficilmente un piccolo produttore artigiano è in grado di riprodurre o garantire. Parlare di queste cose e farle diventare contenuti della propria comunicazione aiuterebbe le industrie a ricostruire anche quella perdita di reputazione di cui tendono a soffrire. I consumatori infatti, non sapendo cosa accade davvero dentro ad uno stabilimento, e non credendo fortunatamente all’esistenza dei “mulini bianchi”, tendono a immaginare cose strane prodotte dalla loro fantasia proprio perché la pubblicità di oggi tende a tergiversare troppo. Per questo sarebbe anche utile che le aziende si precipitassero a illustrare cosa fanno e come lo realizzano, mostrando il loro “lato nascosto”, che forse è più apprezzabile di quello artificiale mostrato negli spot.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis