Essere migliori

12/06/2017

Quando sentiamo definire una persona come “di successo” non facciamo così tanto caso al significato di quel termine. Ormai lo accettiamo come un luogo comune al quale ognuno attribuisce un significato anche personale, secondo i propri parametri e la propria cultura. Dandogli credito o meno. Ma come tanti altri termini usati in modo incontrollato e spesso a sproposito, anche “persona di successo” è una definizione molto superficiale, ambigua, opinabile e per certi versi anche “pericolosa” perché entra nella percezione comune come una forma di diversità e superiorità arbitraria di riferimento rischiando di innescare forme di disagio non completamente prevedibili. Diventa un modo per separare, escludere, dividere e mortificare (consapevolmente o meno) una già difficile condizione di coesione della comunità in cui questo termine viene utilizzato. Che poi è la nostra società. Se questo termine viene poi diffuso in un contesto televisivo da persone ritenute autorevoli ecco che allora (complice un’ignoranza diffusa) penetra ancora più profondamente nell’immaginario come un modello che implica una certa subdola spinta all’emulazione … ed è in quel momento che si manifesta il suo potere “disgregante”. Non perché sia disgregante in sé, ma perché viene usato appunto secondo criteri assolutamente opinabili e devianti, collegandolo solo alla popolarità o alla ricchezza e a volte a entrambi, innescando così sentimenti contrastanti e devastanti, perché le persone semplici e culturalmente poco attrezzate, da una parte vengono spinte verso l’ammirazione di quel modello, ma dall’altra soffrono perché si sentono di fatto inadeguate, perché il modello rappresentato viene vissuto come inarrivabile, perché l’uso del termine crea confusione fra valori e valore, perché il denaro, soprattutto il suo accumulo esagerato o ciò che vi è connesso, diventano simboli di successo, cose o situazioni da ostentare e innescano desideri controversi negli individui che, senza rendersene conto, tendono ad agire per assomigliare in varie forme a quei modelli che la società accoglie e considera “di successo” quale che sia il percorso, quali che siano le implicazioni collaterali di certe scelte. Non è un caso se certa criminalità, soprattutto quella cresciuta all’ombra del degrado sociale e culturale, delinque e usa il frutto delle proprie azioni criminali per sfoggiare quelli che la nostra società definisce costantemente “simboli di successo”. Certe persone sono disposte a qualunque scorciatoia per riuscire ad arrivare a sfoggiare e addirittura ostentare quei simboli.
Ma la parola “successo” non è la sola a generare mostri: anche “esclusivo” dichiara appunto l’esclusione, così come “VIP” che non se la cava meglio in quanto a sottintendere questioni divisive e parecchio orientate ad innalzare muri fra le persone. Eppure sono tutti termini utilizzati soprattutto in pubblicità. Perché? Perché sono più numerose le persone plagiabili di quelle solide. Termini come quelli citati, potrebbero anche essere automotivanti per chi definisce se stesso o si sente definire così da altri. Ma questo non toglie che l’uso di parole che includono l’esclusione (scusate il bisticcio) porta con sé germi malati di induzione all’accettazione di una superiorità che andrebbe ridimensionata e anzi negata. Sarebbe interessante dal punto di vista sociale ridefinire molti termini, dando loro dignità di utilizzo solo nel caso in cui vengano attribuiti a persone che siano riuscite a trovare un percorso che gratifichi loro e coloro che condividono con loro le sorti di un territorio e di una comunità. Più è grande la comunità o il territorio e più sarà grande il “successo” del percorso innescato dalla persona. Anche perché nessuno riesce a fare nulla senza il contributo consapevole o inconsapevole di altri. A queste condizioni si potrebbe “tollerare” la patente di persona di successo, magari ridefinendola come persona che è riuscita a fare cose importanti per gli altri essendo consapevole che negli altri c’è anche se stesso. Una riflessione ancora: avete mai sentito parlare di Gandhi o della Montalcini o di persone di quello spessore come di persone di successo? No, eppure sono quelle le persone a cui dovremmo cercare di assomigliare. Non per essere migliori di altri, ma per essere migliori e basta.

Pietro Greppi

Ethical advisor e fondatore di Scarp de’ tenis
Fondatore del Laboratorio per la realizzazione del Linguaggio universale non verbale